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LA CAPPELLA ZURLO: PORTALE DEL XVII SECOLO. La cappella gentilizia dei Baroni Zurlo è tra le prime chiese di Boscoreale, segnata sulle carte topografiche già dal 1700.

Presenta uno splendido portale in tufo grigio nocerino, decorato da festoni e sormontato al centro da un volto di angelo sorridente. Nella seconda metà del 1700 i Baroni Zurlo fecero costruire a fianco di quello vecchio un nuovo palazzo, oggi monumento nazionale.

SANTA MARIA SALOME (SANCTA MARIA AD JACOBUM). Nel 1600 intorno alla Chiesa sorge il primitivo centro rurale di Boscoreale, favorito da una forte immigrazione dai paesi vicini. Nella piazzetta antistante, sotto il gigantesco tiglio, si svolgeva l’assemblea degli anziani e dei nobili del paese. La chiesa presenta all’interno una cripta dove fu sepolto nel 1774 il barone Luca Massa.

PALAZZO DE PRISCO. Il Palazzo fu di proprietà dell’On. Vincenzo de Prisco, scopritore delle Ville della Pisanella (dove fu rinvenuto il tesoro di argenterie oggi al Louvre di Parigi) e di Fannio Sinistore.

Le pitture parietali che decorano l’interno dell’edificio sono in gran parte tratte dal repertorio decorativo della Villa di P.Fannius Synistor ed in particolare con soggetti ripresi dalle melografia mitico-storica rinvenuta nell’oecus della villa. Le pitture dell’inizio del 1900 sono opera di Geremia Discanno, uno dei massimi decoratori in stile “pompeiano”.

Il Palazzo è stato dichiarato monumento nazionale.

ANTIQUARIUM E SCAVI DI VILLA REGINA. L’Antiquarium Nazionale di Boscoreale “Uomo e Ambiente nel territorio Vesuviano”, sito in località Villa Regina, è stato istituito nel 1991, ha la duplice funzione di Museo di Storia Naturale dell’area vesuviana e Museo Archeologico territoriale.

  • reperti esposti provengono dai siti archeologici dell’area, e offrono uno spaccato della vita quotidiana ai piedi del Vesuvio in epoca romana.
  • percorso museale si articola in due sale: nella prima vengono ricostruite le varie caratteristiche fisiche del territorio (il mare e la costa, la pianura, la fascia collinare, i monti) e le principali attività umane (il verde urbano, colture e allevamenti); la seconda sala illustra i principali rinvenimenti archeologici di Boscoreale, in particolare le numerose fattorie (villae rusticae) che in epoca romana costellavano il territorio.

Il percorso si conclude con la visita all’area archeologica di Villa Regina, adiacente al Museo e che costituisce un esempio concreto di insediamento agricolo produttivo romano destinato alla viticoltura. Scoperta per caso nel 1977, è composta da una cella vinaria con 18 dolia interrati, ed un torcularium con vasca di pigiatura, tutte le attività erano poste sotto la protezione di Dioniso come ricordato da un busto nel larario della villa. Scoperta nel 1977, a seguito di lavori edilizi, la villa rustica è stata sottoposta ad accurate campagne di scavo dirette da Stefano de Caro, concluse nel 1980. La Villa, di piccole dimensioni (450 mq circa),era destinata alla produzione del vino, con una cella vinaria contenente 18 dolia interrati ed un torcularium con vasca di pigiatura e dolium interrato per la prima raccolta del mosto.

Tale attività era posta sotto la protezione di Dioniso, ricordato da un bustino marmoreo nel larario della villa e raffigurato su una parete dipinta del torcularium. Il terreno circostante la villa era coltivato a vigneto, come hanno documentato gli scavi dell’area, con il rinvenimento nel piano di campagna antico dei fori lasciati dalle radici di viti e dai paletti che sostenevano il vigneto. Vi erano inoltre alcuni alberi da frutto e un piccolo orto. La planimetria della villa presenta una forma piuttosto articolata, determinata dai successivi ampliamenti e ristrutturazioni. Il suo impianto risale alla fine del I sec. a.C., anche se la struttura principale sembra inglobare alcune murature più antiche.

Ampliata in età augustea, la villa raggiunse l’assetto definitivo in epoca giulio-claudia, di questo periodo sono le decorazioni pittoriche in III stile finale del triclinio. Nel giardino il calco del tronco di un albero rappresenta le fasi eruttive del 79 d.c., verticale durante la pioggia di pomici e deformato dallo scorrimento del flusso piroclastico.

La ricerca dell’artista all’interno del campo visivo s’iscrive nell’ambito dello studio dell’instabilità percettiva con conseguente sovvertimento del carattere statico della pittura.

L’artista ha sviluppato questo dipinto legittimando le variazioni di colore, il quale viene strutturato in griglie geometriche. All’interno della visione di tale “paesaggio cromatico” si inserisce una figura, l’immagine riflessa del pittore che sembra venire in avanti verso lo spettatore.

E’ un passaggio simbolico, un atto metafisico in cui l’artista stesso intende valicare lo spazio bidimensionale del supporto per poter riflettere la propria “immagine d’artista”, portatrice di idee nuove, spesso utopiche ma colme di positività. Il pittore sembra danzare, muoversi e venire in avanti e in questa danza magica il colore è l’elemento protagonista.

L’artista non dipinge secondo l’impressione del “tangibile” ma esclusivamente in relazione ai propri sentimenti interiori. Egli racconta dipingendo le cose solo dopo averle fatte proprie.
La sua pittura è istintiva ed immediata, il colore non rispecchia la realtà ma si basa sulle sensazioni che suscita.

Il Satiro danzante è una statua bronzea, prodotto originale dell’arte greca di epoca classica o ellenistica.

Essa rappresenta un satiro, essere mitologico facente parte del corteo orgiastico del dio greco Dioniso. Tale figura mitica maschile, compagna di Pan e Dioniso, che abita boschi e montagne è una divinità minore, personificazione della fertilità e della forza vitale della natura.  Il satiro raffigurato nella sua danza incantatrice è in preda ad una visione magica e svela un intreccio di piani di luce.

La danza si è scatenata quando il Satiro ha terminato di bere: il calice viene sostituito dalla tavolozza dei colori nella mano destra; ai piedi del danzatore vi è il vuoto, il soggetto sembra distaccarsi con delle piroette da un’apertura. Alle sue spalle osserviamo uno spazio dilatato da cui sembra trarre la propria  forza: una misteriosa fonte creatrice ed irrazionale.

La chiarezza di struttura e di piani che ammiriamo generalmente nel Satiro appartiene alla visione di Prassitele.

 

Nelle pitture di Sario il dipinto deve dare spazio essenzialmente al colore. L’artista non dipinge secondo l’impressione del “tangibile” ma esclusivamente in relazione ai propri sentimenti interiori. Racconta dipingendo le cose solo dopo averle fatte proprie.

La sua pittura è istintiva ed immediata, il colore non rispecchia la realtà ma si basa sulle sensazioni che suscita.

Le pitture di Sario si ispirano all’Antica Pompei e ai colori vivaci che abbiamo ereditato: il rosso Pozzuoli, il Blu Ercolano, Il Rosso Pompeiano, l’Arancio Ercolano.

Riferimenti opera: Sario, Lungo la Notte, olio su cartone pressato, 70x100x5 cm, 2017

L’erba è morbida, un verde acceso contrasta con un immenso «buco» blu, bianche stelle illuminano una notte tranquilla. Un leggero chiarore sembra provenire da lontano e descrive una scena pacata e serena.

Dei guerrieri sembrano arrivati lì da poco, attraversano questo mondo magico, un paesaggio ideale che esprime sensazioni e visioni. È il viaggio di un’artista, un viaggio astratto in un mondo immateriale la cui storia dell’uomo attraversa il tempo in un lento ed inesorabile movimento. L’opera cita un’antica tomba sannitica, ora custodita a Nola.

Il paesaggio in movimento in questo caso richiama un viaggio onirico in cui l’artista si sfida la materia per dare entità ai propri sogni. Morte e vita, sogno e realtà sono lo specchio della stessa medaglia.

La fantasia è la base del sogno, il sogno è la base della vita.

A Marcianise nel mese di marzo del 2017 è avvenuto un’importante evento d’arte pittorica, un momento di condivisione e di amore. Per me questo è stato “Materia Primaria – La Pittura incontra la Poesia”, che per circa10 giorni fino al 12 del mese, ha reso fruibili a quanti, appassionati, critici o esperti che siano, l’esperienza di due “mondi” comuni, ovvero, la pittura e la poesia che presentano notevoli e sorprendenti motivi di vicinanza. La mostra, favorita da un’idea del Maestro Angelo Coppola, è stata sostenuta dalle Associazioni Culturali “Libera – MENTE art gallery”, da “Pensiero Libero”, e infine dall’Ordine Religioso delle Suore Elisabettine Bigie.

La rassegna è stata inaugurata il 4 Marzo 2017, a partire dalle ore 18.00, presso la Galleria Espositiva del complesso marcianisano delle Suore Bigie, sito in via Paolo De Maio, 103. La kermesse culturale è stata coordinata dal Maestro Ivana Storto, mentre la poesia, dall’insigne letterata Michela Salzillo. Hanno trovato meritata esaltazione anche il notissimo pannello del Maestro Antonio Bertè (Napoli 6 agosto 1936 – Napoli 17 luglio 2009) e alcune delle sue opere più significative, oltre ad eccezionali letture d’autore e le migliori e più conosciute note del rinomato Maestro del pentagramma Giovanni Di Maio, in arte Giò Sciò, che, al pianoforte, ha accompagnato e reso ancora più allettante l’intera manifestazione.

L’evento è stato anche omaggiato dalla voce di Fausta Vetere, attiva componente dello storico gruppo Nuova Compagnia di Canto Popolare.

Spazio anche per tre bravi giornalisti, vale a dire Michele Schioppa e Stefania Guiotto, in qualità di relatori per la stampa, e soprattutto, per lo stimato collega Giacinto Di Patre, eccelso conoscitore dell’arte campana, nonché apprezzato critico. Giacinto si è deputato alla presentazione dell’aspetto espressivo della mostra medesima.

Molti e di ottima caratura gli artisti che, grazie ad alcuni dei loro migliori lavori, hanno dato alla mostra un tocco di magia visiva. L’alto profilo artistico-creativo delle opere ha attirato tantissimi appassionati ed intenditori, provenienti da tutta la regione.

Tra questi, meritano menzione sicuramente speciale i bravissimi Marco Paludet, Rosalba Ascione, Meredith Peters, Nello Imperato, Antonio Altieri, Francesco Festa, Salvatore Di Palma, Ivana Storto, Michele Letizia, Luciano Romualdo, Mario Cacace, Stefania Guiotto, Nello Masillo, Sario – Rosario Annunziata, Loredana Mincione, Silvia Zaza d’Ausilio, Antonio Costanzo, Noemi Saltalamacchia, Antonio Scaramella, Nicola D’Ambrosio, Michele Corrado, Colette D’Addio, Luigia Rispo, Susy Gritto e Antonietta Paolella.

In quanto all’ottimo rendez-vous artistico-culturale, è d’obbligo riportare le parole dell’organizzatore Angelo Coppola: “Quando viene utilizzato il termine “materia primaria” si è subito propensi a pensare un bene di prima necessità, un bene di cui l’uomo senza non potrebbe sopravvivere come ad esempio l’acqua, gli alimenti. In questo caso materia primaria è intensa come forma espressiva di un bene primario per lo spirito, una materia plasmabile per narrare concetti, disagi, emozioni. Quale miglior modo per raccontare il dramma dell’uomo contemporaneo se non attraverso la pittura o la scrittura? Materie quindi intese per questa rassegna come beni primari per anime sensibili. La mostra, quindi, vuole essere apertura di nuovi linguaggi espressivi che nella loro complessità si completano e assumono forma e forza nell’arte, presentandosi agli astanti come necessità primarie per sopravvivere al terzo millennio e alla sua superficialità. L’evento, seguita Coppola, diventa, dunque, un luogo in cui. attraverso le arti contemporanee, gli astanti potranno riflettere e nutrire la propria anima, aprendo così quella porta del dialogo introspettivo, che in quest’epoca sembra essersi smarrito del tutto”.

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