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La chiamavano Pompeii, alle falde del Vesuvio. Tra la foce del fiume Sarno e a circa 30km da Napoli sorge un’antica colonia che ci viene invidiata da tutto il mondo.

Secondo la testimonianza di Giovanni Maria Della Torre, antico scrittore e ricercatore seicentesco, dopo un’attenta analisi e studi sulla storia, ha affermato che al fiume in antichità  vennero attribuiti differenti nominativi, quali  Drangone, Dragoncello, Draconte e Draconzio.

Secondo lo storico Marco Onorato il fiume prende il proprio nome dai primi abitanti che insediarono la valle, ovvero dai Sarrasti, una popolazione pelasgica proveniente dal Peloponneso.

Adesso Pompei è uno dei centri turistici e religiosi più importanti al mondo, si ricorda, difatti, il celebre santuario della Madonna del Rosario oltre alle grandiosi rovine dell’antica città. La cittadina per l’appunto è di origine osca e subì diversi domini. Dopo gli osci nel 600 circa a.C., subentrarono gli etruschi , poi i greci nel 474 a.C. e i sanniti nel 425 a.C. Tali colonizzazioni portarono uno sviluppo commerciale, agricolo e artigianale e Pompei divenne un centro di riferimento all’interno del Mediterraneo. Poi essa si aprì agli influssi dell’ellenismo. Nel 91 a.C. venne conquistata da Silla e in breve processo di romanizzazione divenne una colonia romana. Ma venne rasa al suolo a causa di eventi sismici che interessarono l’intera area. Nel 62 d. C. fu gravemente danneggiata da un terremoto e nell’agosto del 79 d.C. Pompei, come Ercolano e Stabia, venne accolta da un’improvvisa eruzione del Vesuvio e le sue ceneri  e lapilli seppellirono case e strade senza risparmiare l’intera popolazione.

Dopo un lungo periodo in cui la sua storia venne sepolta dall’oblio del tempo, nel 1748 per volere di Carlo di Borbone, in linea con le corti europee ed italiane di età barocca, venne deciso di bonificare l’area al fine di restaurare l’immagine nobiliare della casata. I primi ritrovamenti, con piacevole gradimento, vennero ammirati in tutta Europa. Gli scavi poi continuarono per tutto l’800 e ‘900.

Quindi, quello che oggi è giunto a noi è una stratificazione organizzativa di una colonia complessa, con un impianto urbanistico composto da strade pavimentate, con solchi o marciapiedi.

L’antica città sannitica era protetta da una spessa cinta muraria la quale venne fortificata e dotata di robuste torri. E dagli scavi sono emerse aree vitali che testimoniano l’importanza che avevano per i pompeiani .

Per citarne alcuni abbiamo il Foro, un luogo principale della cittadina in cui si svolgevano incontri e si riunivano i cittadini per attività politiche o commerciali. Ai lati dell’ampia piazza poi era situato il Tempio di Giove, il tempio di Apollo, il tempio di Vespasiano e l’edificio di Eumachia. A Pompei venivano professati differenti culti, tra cui quello della dea Iside e quello di Venere fisica, espressione del prestigio dell’universo.

Oltre all’edilizia pubblica gli scavi portarono alla luce l’importante testimonianza dello sviluppo abitativo che passa dalla rudimentale casa sannitica e si conclude con la sfarzosa domus imperiale.

Accanto all’edilizia pubblica i resti portarono a galla un’importante prova relativa all’evoluzione dell’abitazione privata, dal IV sec. a.C. al I sec. d.C., cioè dalla primitiva casa sannitica alla domus imperiale. La casa pompeiana possedeva un atrio dove c’era l’altare degli dei, il tablino: spazio in cui la famiglia si riuniva.

Dal punto di vista artistico fu particolare il rinvenimento di una ricca e cospicua raccolta di decorazioni parietali, che nel tempo è stata classificata secondo diversi stili dagli storici. Le decorazioni raffigurano più che altro divinità ed eroi del mito greco, ma anche scene della vita quotidiana e della messinscena. Di considerevole attenzione sono anche i mosaici pompeiani destinati specialmente a decorazioni pavimentali. Tra le opere statuarie citiamo il torso di Giove, le statuette di Artemide e il Fauno danzante e altri. Fra gli artisti che decorarono le case pompeiane troviamo il mosaicista Dioscuride di Samo, Timomaca e il pittore Nicia. Le opere di tali artisti raffigurano in genere fiori, paesaggi, personaggi mitologici e animali che insieme fanno parte di uno sfondo arcadico che ha intrapreso un meraviglioso viaggio nella Natura e ne Mito.

« Itala nam tellus Graecia maior erat. »

Fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre avuto piacere nel raccontare ai proprio cari le esperienze, i fatti quotidiani e anche racconti fantasiosi. Mito deriva dalla parola greca “omythos” che significa letteralmente “racconto e narrazione di una storia”. Spesso i protagonisti di questi racconti surreali sono dei, eroi o uomini comuni, e dai racconti visivi notiamo personaggi circondati da vite paradossali con tratti surreali. Anche se il mito si presenta come un racconto pressoché senza un reale senso logico, coronato da un puzzle di elementi fantasiosi, dobbiamo innanzitutto considerare che per gli antichi greci e poi in seguito per i romani, il mito fondava le proprie radici in verità sacre e quindi reali da questo punto di vista.

Parliamo in questo caso di verità spirituali, l’uomo tenta di dare risposte a tutto quello che la scienza non riesce a spiegare, asserzioni dal senso astratto che si contrappongono a quello che è reale, tangibile e palpabile. E dunque, la verità entra in contrasto con la realtà che ci permette di “toccare le cose con mano”.

Ma il popolo greco pone nel mito l’irrisolto e il racconto sacro diviene il faro su cui bisogna volgere uno sguardo attento e senza dubbi. E nel mito viene generato il pensiero filosofico: un modo per rispondere alle domande che gli uomini si ponevano attraverso queste storie bizzarre e immaginate, fino a quando nel VII secolo a.C. germogliò appunto il vero pensiero filosofico riconducibile all’”amore per il sapere“. Alle questioni primarie furono date risposte più razionali e logiche. Queste incantevoli novelle vivevano di oralità da padre in figlio ed è per questo che esistono diversi versioni per lo stesso mito.

Per concludere, il mito non è un pensiero concepito da un’unica “mente” che ha creato e firmato il proprio capolavoro, ma è il frutto di un popolo e delle sue tradizione che prendono consistenza.

 

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