La casa dell’Orco, tra miti e leggende.

Origini antiche e tante suggestioni lungo il fiume Sabato.

Pratola Serra è un delizioso angolo di Irpinia frequentato già in età sannitica, in una zona dove confluivano le strade che da Aeclanum e da Beneventum e dove conducevano ad Abellinum
Tra le altre testimonianze del passato quello che ha condotto Pratola all’interno degli itinerari della nostra storia è una presenza ancora più remota, secondo gli studiosi addirittura preistorica.

Parliamo della costruzione megalitica nota come dell’Orco, che si trova nelle località San Michele: tre grandi pietre alte circa 5 metri e larghe 2, infisse nel terreno una dietro l’altra.

Dolmen e malocchio

Una piccola Stonehenge irpina, come è stata definita con comprensibile enfasi, che conserva gelosamente i suoi segreti. Secondo alcuni, infatti, il terreno della zona nasconderebbe altre vestigia e anche degli spazi sotterranei. Ma per il momento nessuno sembra

voler indagare e i dolmen rimangono dunque un altro piccolo mistero irpino. Sono opera dell’uomo? Che scopo avevano? La parola dolmen deriva dal bretone antico tol (tavola) e men (pietra) e sono generalmente costituiti da un lastrone orizzontale sorretto da più lastroni verticali. Per la maggior parte degli studiosi si tratterebbe di camere funerarie usate già in epoca primitiva, quando cioè si andava sviluppando non solo la pratica della sepoltura (già dall’epoca neanderthaliana), ma anche quella del riconoscimento del luogo dei morti come uno spazio sacro, ovvero un luogo di particolare vicinanza con il divino. Esempi di dolmen sono stati ritrovati nel Regno Unito, in Francia, in Germania, in Spagna e, per quanto riguarda l’Italia, in Sardegna e in Puglia.

Storie e leggende megalitiche

Immancabile, naturalmente, il proliferare di storie e leggende intorno a questi monumenti megalitici. Storie che ruotano perlopiù intorno alla figura di un gigante, in base all’equazione grandi pietre grandi uomini. A Pratola, ad esempio, si narra di un orco che viene sconfitto da un eroe, che però poi paga un prezzo molto alto per il suo gesto: la morte della sua donna. In un’altra versione, meno cupa, l’orco si aggirerebbe come una sorta di maxifantasma alla luce della Luna. E – ricorda anche Claudio Corvino nella sua Guida insolita – per farlo star buono, come raccontano i contadini, bisogna preparargli grandi porzioni di cibo e secchi di vino. Quel vino che è tra i motivi di orgoglio di questa terra. E, proprio nella zona dei Dolmen, un’azienda ha preso il suggestivo nome di Casa dell’Orco.

Pratola Serra è ricordata anche da Alfonso Maria Di Nola (La nera signora), a proposito dei riti funebri. Il celebre antropologo, pur anticipando qualche perplessità sulla fonte (“una dubbia notizia”, precisa), cita la lamentazione funebre che aveva luogo in questa zona: “In Pratola Serra le donne, nel corso del lamento discorsivo e non cantato, si alzavano e si sedevano seguendo un movimento ritmico”.

Le curiosità linguistiche di Pratola

Infine, due curiosità linguistiche. La prima è l’espressione “Puozza passà pa’ Pratola” (“che tu possa transitare per Pratola”), un modo di dire che si spiega con il fatto che proprio da qui passavano i prigionieri diretti al celebre carcere di Montefusco, dunque una metafora per indicare un triste destino. La seconda, è l’espressione “Te pozzano accire come a Torello”, la quale nasce da un’antica storia che narra di un episodio di sangue, un classico intreccio lui-lei-l’amante. Quest’ultimo era un prete, tale don Gaetano, famoso per la sua eloquenza. Una comare invidiosa informò il marito tradito, che rientrò a sorpresa in casa e colse i due amanti sul fatto.

Infine, in tema di tradizioni, dal sito della Pro loco riprendiamo il testo di una antica preghiera contro il malocchio. Il rito – che va ripetuto solo la notte di Natale – comincia con il segno della croce per tre volte, quindi si recita:

“La Maronna miezzo o mare steva /parma e ’ncienzo mano teneva /sole calanno, uocchi levanno/sole calanno, uocchi levanno. /Santo Pietro e Santo Paolo/co ’na bella parma mano/e co no bello curtilluzzo/scatta tutto sto maluocchio”.

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