Paese che vai leggenda che trovi: Le leggende di Torre le nocelle

Alcune leggende ci riportano alle suggestioni di un passato remoto sospeso tra le stranezze della storia e quelle dell’immaginario.

Torre le Nocelle è un piccolo borgo dove solo i racconti che tramandano gli anziani sembrano poter rompere la serena atmosfera che caratterizza l’Irpinia più dolce. In quest’angolo di tranquillità è leggendaria anche l’origine del nome.

Secondo un’ardita ricostruzione fatta negli anni Settanta del secolo scorso (e ripresa nel Saggio di storia delle tradizioni popolari curato da Carmine Piscopo, qui il suo curriculum) si potrebbe risalire alle guerre puniche e fare riferimento ai Sabatini. Essi riuscirono a scampare alla distruzione della loro città, Sabatia, ad opera del console Lucio Postumio Albino. I fuggiaschi, infatti, si sarebbero nascosti in una torre e sarebbero sopravvissuti a lungo, mangiando nocciole e facendo coraz­ze con i loro gusci. Una storia suggestiva, ma al momento priva di conferme di qualsiasi genere.

Una leggendaria patrizia romana di nome Nudila

Altra leggendaria ipotesi sull’origine del nome del paese è quella legata ad una patrizia romana di nome Nudila. La giovane sarebbe stata confinata in un villaggio lungo il fiume Calore. In realtà le prime documentazioni fanno riferimento alla località Turrecella (sino al 1280), poi indicata come Torre di Montefuscolo. Mentre in un documento relativo al feudo di Montemiletto (un rogito di Carlo di Durazzo, del 1383) appare il nome di un casale di Nocelle. E in una pergamena del 1375 conservata a Montevergine, compare l’etimo Nudila. Secondo gli studiosi contemporanei, però, la cosa più proba­bile è che un errore di trascrizione di un monaco dell’Abbazia abbia trasfor­mato “Turrecella” con “Torrenucella”. Poi nel’600 diverrà “Torrenocelle” e quindi, un secolo dopo, Torre le Nocelle.

La leggenda della Grotta del Bifolco

In tema di luoghi e nomi, ecco la prima delle strane storie: la leggenda della Grotta del Bifolco. Tutto nasce dalle rovine del terremoto che sconvolse l’Irpinia nella seconda metà del XVII. Risalgono a quel periodo, infatti, i resti di quella che viene indicata come la Grotta del Bifolco: “un luogo tetro nascosto dalla folta vegetazione, tanto che per entrarvi bisogna aprirsi il passaggio con arnesi adatti al taglio delle spine”.

Secondo il racconto popolare la cavità, che sorgeva nella parte bassa del paese, aveva preso il nome del suo rozzo inquilino, noto anche come “Testa di leone” per la sua ferocia. L’impervio luogo sarebbe stato utilizzato anche come carcere. Tale ipotesi vedrebbe confermata dall’esistenza di alcuni anelli metallici che sarebbero serviti a bloccare i condannati alla lapidazione. Questa versione (in verità un po’ ardita) ha acceso ulteriormente la fantasia popolare. Da qui sono nate nuove storie che ruotano perlopiù sulla presenza, nella zona, delle anime di quelli che furono uccisi nella grotta.

A completare il quadro si vuole pure che un cane, qualche anno addietro, abbia disseppellito delle ossa apparentemente umane.

Una versione irpina della maledizione di Tutankhamon.

Altra leggenda locale piuttosto conosciuta è quella legata ai resti dell’antica chiesa di Santa Maria (fondata da Bartolomeo dell’Aquila intorno al 1100 col nome di santa Maria della Torre). Anche in questo caso tutto nasce con il terremoto del XVII secolo che, secondo la tradizione, avrebbe seppellito tra le macerie anche il tesoro della chiesa. Inevitabile, quindi, la ricerca dei preziosi e la relativa maledizione che, come sempre, colpisce i profanatori.  Alcuni dei malcapitati sarebbero stati addirittura marchiati da una terribile mano di fuoco, un segno che avrebbe indicato l’appartenenza delle loro anime al diavolo. A rompere la maledizione, infine, un gruppo di bambini, per l’esattezza 7 (numero dalle molteplici valenze simboliche ed esoteriche).

Il pescone di san Ciriaco

E scorrendo su siti ufficiali si possono avere anche notizie sulla leggenda del famoso “pescone di san Ciriaco”, sul quale fu depositata la statua del santo nel corso di un tentativo di furto. Ecco, in sintesi, il racconto popolare. Una sera, alcuni abitanti di Pietradefusi entrarono di nascosto a Torre e prelevarono la statua di san Ciriaco dalla chiesa e la misero su una pedana per trasportarla. Lungo la strada verso valle però, la statua del santo iniziò a pesare sempre di più. Finché uno dei ladri si lamentò: “San Ciriaco mio quanto pesi”. E una voce gli rispose “Io peso e tu puosi”. Presi dal pani­co, i predatori appoggiarono la statua su un “pescone” e fuggirono via. Subito dopo si alzò un gran vento che fece suonare le campane, così da chiamare a raccolta i cittadini che riportarono la statua in chiesa.

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